Sono un mentalista. Non leggo nel pensiero: lavoro su come guardiamo le cose, e su quanto poco di quello che decidiamo è davvero una decisione nostra.
Vivo a Torino e da qui giro l'Italia. In questi anni ho portato il mentalismo in teatro, nei musei, negli auditorium e nelle sale di aziende come Fiat, L'Oréal, Iveco, Xerjoff, Eataly e il Museo Egizio. Cambia la sala, non cambia il mestiere: davanti a me c'è sempre una stanza piena di persone convinte di sapere come andrà a finire. È lì che comincia il mio lavoro.
Sul palco non ci sono poteri, e non c'è nessuno da prendere in giro. C'è l'attenzione: quella cosa che crediamo di controllare e che invece guarda dove le pare. C'è la memoria, che riscrive le cose mentre le ricorda. E ci sono le scelte, che ci sembrano libere fino al momento esatto in cui qualcuno ce le racconta al contrario. Il mio mentalismo è fatto di questo, con rigore e con rispetto per l'intelligenza di chi sta guardando: se il pubblico è più sveglio di me, tanto meglio — lo spettacolo funziona proprio quando qualcuno prova a incastrarmi.
Lavoro in tre distanze diverse, e mi diverto in tutte e tre: il palco, dove il pubblico è una massa che respira insieme; i tavoli, dove sto a venti centimetri e non ho niente dietro cui nascondermi; e la carta, perché di attenzione e di memoria ogni tanto mi tocca anche scrivere — sto preparando una conferenza per i colleghi
Al Salotto Magico torno volentieri, perché è casa e il luogo dove tutti i miei spettacoli teatrali hanno visto la luce per la prima volta e qualcuno come WonderMind anche più di una volta, il mio spettacolo da palco, è nato proprio qui, su questo palcoscenico, e qui è tornato negli anni in versioni sempre diverse. Non capita spesso di poter dire da dove si è partiti indicando il pavimento sotto i piedi.
Il momento che cerco, ogni sera, è sempre lo stesso. È quando una sala smette di essere una somma di persone sedute vicine e diventa una cosa sola: tutti che trattengono il fiato insieme, nello stesso istante, e poi il rumore che fanno quando lo lasciano andare. L'ho visto succedere abbastanza volte da dargli un nome — lo chiamo Synchrony Effect — e ormai è il motivo per cui salgo su un palco. Non mi interessa lo stupore di un secondo: mi interessa la cosa di cui si parla ancora in macchina, tornando a casa.
Diceva Carl Gustav Jung che in ogni caos vi è un cosmo, in ogni disordine un ordine nascosto. Ecco, il mio lavoro è portare il pubblico dentro quell'ordine per un'ora: far vedere che le coincidenze non sono tali, e che le cose meravigliose accadono ogni giorno, di solito mentre guardiamo da un'altra parte.
Perché vivere è come stare al tavolo della roulette, a giocare una partita con la sorte. Ma non siamo costretti a fare sempre il giocatore: ogni tanto possiamo passare dall'altra parte del tavolo, prendere in mano la pallina, e lanciarla noi.
Lo sapevi che…
- Il mio spettacolo comincia da una domanda che nessuno si aspetta: chi lancia davvero la pallina?
- Ho scoperto più cose sulle persone guardando come scelgono, che ascoltando quello che dicono.
- Ho fatto la stessa cosa davanti a venti persone e davanti a cinquecento: la parte difficile è sempre la stessa.
- Non uso la parola «trucco» e non uso la parola «poteri». Uso «attenzione»
Cosa ha scritto la stampa
«Quando l'attenzione si sincronizza negli eventi aziendali»
RisorseUmane-HR.it, 12 marzo 2026 (articolo a mia firma)
I suoi spettacoli al Teatro Salotto Magico

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